A volte i miti ritornano

A volte i miti ritornano: è il caso della Lamborghini Miura SV (acronimo di Super Veloce) che vedete nelle foto.

Lamborghini Miura SV

Lamborghini Miura SV

Lamborghini Miura SV, l’esemplare del Salone del 1971 torna a splendere: un anno di restauro per la vettura che fu esposta allo stand Bertone a Ginevra 45 anni fa.

LA STORIA

Al salone di Torino del 1965 La Lamborghini espose un autotelaio in lamiera scatolata denominato TP400 (dalla posizione del motore e dalla sua cilindrata). Vi erano stati installati, con poche modifiche, il motore e le sospensioni che già equipaggiavano la 400 GT. Il progetto era un’iniziativa dei tecnici Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani, i quali, pur consapevoli dell’avversione di Lamborghini per le corse, avevano utilizzato lo schema a motore centrale di alcune automobili da competizione dell’epoca, quali la Ford GT40 o la Ferrari 250 LM. Su queste due vetture il motore era però in posizione longitudinale, mentre quello Lamborghini era montato trasversalmente tra l’abitacolo e l’assale posteriore, soluzione che permise di ridurne considerevolmente l’ingombro. In quel periodo la maggior parte delle Gran Turismo sportive adottavano la configurazione motore anteriore e trazione posteriore. Nuccio Bertone, presente alla rassegna, ne fu affascinato al punto di dichiarare a Lamborghini: “Io sono quello che può fare la scarpa al tuo piede”. Quest’ultimo, anche a fronte del notevole entusiasmo suscitato nella potenziale clientela, si lasciò convincere ad approvare il progetto nonostante il suo scetticismo: “Sarà una buona pubblicità”, dichiarò ai suoi tecnici, “ma non ne venderemo più di 50”. La scelta di Bertone come carrozziere fu determinata anche dal fatto che l’azienda di Grugliasco non aveva rapporti di collaborazione con Ferrari e Maserati, i principali concorrenti di Lamborghini, ma soprattutto dal fallimento alla fine del 1966 della carrozzeria Touring, che aveva disegnato le precedenti 350 e 400 GT. La nuova auto fu disegnata in soli 4 mesi dal giovane stilista Marcello Gandini, da poco divenuto capo disegnatore di Bertone per sostituire Giorgetto Giugiaro che se ne era andato alla Ghia. Ferruccio Lamborghini, che era nato sotto il segno del toro, volle battezzare la vettura ultimata col nome Miura in onore dell’allevatore di tori da combattimento Don Eduardo Miura Fernandez. La Miura fu la prima di una lunga tradizione di auto costruite da Lamborghini e battezzate con nomi ispirati alla tauromachia. Inoltre la sigla del telaio perse la T nonostante la meccanica non avesse subito significative modifiche. Presentata al Salone dell’automobile di Ginevra del 1966, La Miura P400 fu un successo senza precedenti. La vettura lasciò senza fiato tutti i visitatori facendo invecchiare di colpo tutte le supercar dell’epoca e dando l’inizio ad una nuova era nel settore delle automobili sportive.

Lamborghini - Logo

Lamborghini – Logo

 

1972-1981: gli svizzeri e la crisi: Ferruccio Lamborghini abbandonò improvvisamente la sua azienda nel 1972, cedendo la maggioranza delle azioni all’imprenditore svizzero Georges-Henri Rossetti, per poi vendere il restante pacchetto a René Leimer nel 1973. La ragione di una decisione così inattesa era la necessità di reperire fondi per la fabbrica di trattori in difficoltà, ma fu probabilmente da ricercarsi anche nel malumore che Lamborghini provava nei confronti delle agitazioni sindacali che già da tempo erano diffuse in gran parte delle fabbriche italiane. Tali rivendicazioni, oltre a rallentare la produzione e a ripercuotersi sulla qualità dei prodotti, avevano plausibilmente minato l’entusiasmo imprenditoriale di Lamborghini. Nel giro di pochi anni infatti egli cedette anche le altre sue attività e si ritirò a vita privata.

La Countach LP400 del 1974

La Countach LP400 del 1974

1981-1987: i fratelli Mimran: Non trovandosi un acquirente, il 28 febbraio 1980 la Lamborghini venne messa in liquidazione. Per rilevarla pervenne anche una proposta ufficiosa di 3,5 miliardi di lire dal suo fondatore, Ferruccio Lamborghini, ma il tribunale di Bologna accettò l’offerta di 3,85 miliardi dei fratelli francesi Patrick e Jean-Claude Mimran, giovanissimi imprenditori dello zucchero.

1987-1994: l’era Chrysler.

1994-1998: supercars indonesiane.

1998-oggi: Lamborghini con Audi. Nel 1998 la Lamborghini fu acquisita dall’Audi, costruttore sufficientemente esperto e solido da garantire alla casa bolognese un piano industriale adeguato.

 

Azienda
Lamborghini Automobili è un’azienda italiana produttrice di automobili di lusso, facente parte del gruppo Audi/Volkswagen.
Fondatore: Ferruccio Lamborghini
Fondazione: maggio 1963, Sant’Agata Bolognese
Sede: Sant’Agata Bolognese

 “La storia dell’industria italiana si ripete: un geniale imprenditore, poi la crisi, le agitazioni sindacali e un calvario di vari passaggi di mano dell’azienda…alcuni anche assurdi e privi di solide basi industriali. Patrimoni tecnici e tecnologici, capacità inventiva e marchi di prestigio svenduti in una ingloriosa decadenza. Il Gruppo Audi ha dato finalmente stabilità ad una azienda che pur sotto la pressione di crisi economiche e agitazioni sindacali, è sempre riuscita a sfornare bolidi che il mondo ammira.

Triste è la storia della decadenza industriale italiana che poco ha che vedere con acquisizioni internazionali, nella logica di investimenti stranieri nel nostro paese o di acquisizioni italiane all’estero. L’industrializzazione del paese è arrivata tardi, rispetto ad altri paesi europei e brevi sono state le nostre glorie.

La crisi petrolifera del 73/74 ha fatto vittime importanti e la permanente congiuntura ha ridimensionato la nostra ascesa a quinta potenza mondiale, sino all0 scivolamento fuori dal G8 in termini di PIL L’instabilità politica e l’abitudine al compromesso non ha favorito lo sviluppo di imprenditori capaci di gestire i cambiamenti dell’economia mondiale e la globalizzazione ha fatto vittime illustri. Aziende famigliari che non hanno saputo conservare per più di due generazioni i successi dei fondatori e aziende sconvolte da lotte sindacali troppo politicizzate per poter confrontarsi con le realtà industriali, hanno fatto mal competere il paese, malgrado alcuni successi indiscutibili che, comunque, non riescono a frenare una parabola discendente. Una buona politica aiuterebbe, ma ancor di più servirebbero imprenditori illuminati capaci di “ascoltare il cambiamento” e capaci di avere obbiettivi più a lungo termine.

E’ un piacere che tornino i miti….ma non basta per tornare ad essere un paese felice”

Romano Pisciotti

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