Caro Gilberto Govi

A cinquant’anni dalla scomparsa, si può dire che Govi sia stato il fondatore del teatro dialettale genovese.

Gilberto Govi

Gilberto Govi

I suoi spettacoli giravano regolarmente in tutte le maggiori città della penisola, da Torino a Roma, da Milano a Palermo. Fece anche una tournée in Argentina nel 1926 e a Parigi nel 1930. La parlata genovese, per quanto impervia, non era un ostacolo alla comprensione. La conferma si ebbe nella seconda metà degli anni Cinquanta, quando la Rai, con riprese televisive “dal vivo”, portò Govi nelle case degli italiani, riscuotendo gradimenti sensazionali. Ciò che ha reso Govi un fenomeno nazionale è stata la sua recitazione. Era tecnicamente un fuoriclasse. Dotato di un registro vocale molto ampio, virtuoso del falsetto, maestro dei “tempi” e dei ritmi della battuta, era ineguagliabile sul piano della mimica. Aveva un spiccata abilità a creare tipi che si imponevano per la loro caratterizzazione visiva, in grado di esprimere, anche senza parole, sentimenti e psicologie. Ma a questi esiti arrivava attraverso un preciso percorso.

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Romano Pisciotti: la RAI trasmette ancora dei brevi spezzoni delle sue commedie, registrate e trasmesse negli anni ’50.

Govi è l’Arlecchino, il Pantalone, è Goldoni, è Eduardo De Filippo, è la commedia dell’arte, è una Genova inventata e vera al tempo stesso. Govi è uno sguardo.

Una timida eppur maestosa lanterna
soffiandomi va nel cono più profondo
della mia anima soavemente pervasa,
della luce immortale
della Genova che culla di latte
fu e sarà di marinai e naviganti
delle iridi folgorate
che di timore e anelito a nuovi mondi
madide e fiere si scoprono.
Ricordare non so,
che inviolabile colore possedesse,
il giorno profumato di salsedine,
in cui fui respiro da madre commedia,
e padre dialetto.
Spettacoli che mi scelsero figlio,
e ch’io designai per padri,
accanto a cometa d’amore,
che carezzevole e discreta piovve,
nel mio cuore di orgoglioso recitante;
Rina, immortale amor mio,
che nel tuo essermi a fianco,
ridere con me, baciarmi,
a me donar sapesti
il fruscio del vero Dio,
ogni teatral creatura ritroveremo piena,
nella luna incastonata complice,
dell’urano della nostra Zena.
Guardali, appagati giacciono
in gioiosa attesa,
“Gildo Peragallo ingegnere”
“Pignasecca e Pignaverde”
“I manezzi pe majà na figgia”
asteroidi luminescenti di copioni,
che scorger ci fecero grandezza,
nel nostro volerci sempre
piccoli in umiltà.
E ora,
in quel piccolo sacello giaccio sereno,
del cimitero di Staglieno,
il mio ricordo spero brilli dentro i vostri visi,
spiriti indomiti che a nulla mai si sono arresi,
amatissimi concittadini genovesi.

Cristiano Comelli

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